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Lunedì, 22 Giugno 2015 16:16

Cuore di fuoco - Riflessione sul senso della vita

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Ma si dai, cosa ti importa. Essere una piccola lacrima in mezzo all’oceano.

Sempre? Non hai tempo per te? Come fai a dirmi cosi. Io penso che il colpo arriva sempre al cuore. Senza far rumore. Silenzioso. Ed io che sono distrutta dal mio essere piccola innominabile.

Sono cosi peste agli occhi di chi mi chiede qualche briciola di tenerezza? Cosa cercavo? La solitudine pervade il mio essere tenero alla circostanze di ogni essere vivente.
Ed io? Che sono piccola nelle mani di lui che forse, infondo mi cerca per consolare il bimbo che è nascosto nell’anima.

Io che vorrei aggrapparmi al senso del vivere. Che sogno ad occhi aperti. Che cerco di sapere ogni istante del tempo. L’amore? No grazie. Ferite che sanguinano al di là di ogni occhio nudo. Ero speciale? Ero qualcosa di meraviglioso? Eppure le rose non fanno la bellezza di un domani. Un amore, pure? Un amore limpido che sa guardare l’immensità del vivere. Cosa voleva dire vivere?

Voleva dire tutto o niente. Mi immergevo nelle acque del silenzio. Un silenzio fatto di ostacoli che dovevo superato e sorridere. Da un palmo della mia mano. Eppure. Era davvero quello che volevo? In questo giorno umile. E senza rancore?

Avevo voglia di sentirmi piccola nelle braccia di qualcosa che mi faceva star bene. Avevo voglia di fuggire all’orizzonte dei miei passi leggeri. Stanchi del bel tempo. Si. Ero rugiada al mattino e la sera colomba leggere che si posava accanto agli occhi stanchi di chi cerca ancora quella dolcezza dell’anima. Ero una piccola lacrima che si aggrappava ai tessuti più nascosti del mio essere donna, nonché amica. Amica di me stessa. Consolatrice perfetta. Umile creatura. Dovevo ascoltare il silenzio intorno a me. Dovevo scavare ogni sorta di piacere indelebile sul cuore.

Si, ero qualcosa di misterioso. Un mistero che cresceva nelle mie ossa. Un mistero che faceva brillare gli occhi. Cercavo qualcosa di particolare. Cercavo uno sguardo d’amore. Ed io che avevo un desiderio di amare profondamente che sapeva di pioggia, di cristallo fragile nelle tempeste. Io mi sentivo piccola. Mi sentivo sconvolgere da una carezza indelebile. Volevo aria pura, fresca. Volevo correre e saltare. Dovevo correre al di là di ogni sospiro intenso. Dovevo ascoltare il mare sussurrare. Ero una farfalla dalle ali incatenate. Dalle ali limpide. Dovevo scavalcare qualcosa di mirabile. Si, dovevo vivere di nuovo. Cancellare e non aver paura, di nulla.

Libera come l’aria e il cielo. Libera di volare. Libera di cantare, saltare. Dovevo solo sentire le mie risa. Dovevo solo ascoltare la mia piccola vita. Io sola con me stessa.
Si.
Dovevo ascoltare. Il vento che accarezzava la mia anima. La mia anima leggera.

Non volevo vedere nessuno. Non volevo ascoltare nessuno. Volevo starmene in silenzio. Sotto un cielo stellato. Un cielo fatto di ricordi che lasciano un sospiro enorme sul cuore.
Avevo al posto del cuore un terreno minato. Un terreno che da un momento all’altro potevo saltare in aria. Era tutto finito. Dovevo solo cedere ancora per un po’. E sarebbe tutto finito. Completamente.

Sandra Volpentesta (Cuore di fuoco)
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Fontana Editore

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